Ungheria
Maestro del cinema lento ungherese, costruisce attraverso piani sequenza interminabili e un bianco e nero materico un mondo in cui il tempo stesso diventa la sostanza del racconto e il fatalismo una condizione quasi cosmica.
Questa non è la filmografia completa di Béla Tarr. È una selezione personale dei suoi film.
Damnation introduce già il linguaggio per cui Tarr sarebbe diventato celebre. Piani sequenza interminabili, pioggia incessante e un bianco e nero che trasforma il fango e la rovina industriale in materia quasi metafisica accompagnano il primo film in cui il fatalismo del suo cinema trova una forma compiuta.
In una cittadina mineraria ungherese sferzata dalla pioggia, un uomo innamorato di una cantante sposata organizza l'allontanamento del marito di lei per poterla avere, innescando una catena di tradimenti che lo travolgerà insieme a tutti quelli che lo circondano.
Béla Tarr — 1994 — Ungheria — Bianco e nero
Sátántangó è l'opera in cui Tarr porta alle estreme conseguenze il proprio linguaggio. Sette ore e mezza divise in dodici capitoli che riprendono la struttura del tango, sei passi avanti e sei indietro, per raccontare una comunità intera che si muove sempre senza mai arrivare in nessun luogo.
In un villaggio agricolo ungherese ridotto in rovina dopo il fallimento di una cooperativa, gli abitanti attendono il ritorno di un uomo creduto morto che promette loro una nuova vita, mentre il loro destino si consuma in una lunga notte di inganni, alcol e disperazione.
Béla Tarr — 2000 — Ungheria — Bianco e nero
Basato sul romanzo di Krasznahorkai La melanconia della resistenza, il film racconta il collasso di un ordine sociale attraverso trentanove piani sequenza, in cui l'astronomia, la musica e la violenza politica diventano facce diverse della stessa domanda sull'armonia perduta del mondo.
In una piccola città ungherese sull'orlo del collasso, l'arrivo di un circo itinerante con un'enorme balena imbalsamata e di un misterioso agitatore scatena una violenza collettiva incontrollabile, osservata attraverso gli occhi di un giovane portalettere ingenuo e gentile.
Béla Tarr — 2011 — Ungheria — Bianco e nero
Partendo dall'aneddoto, forse apocrifo, del crollo nervoso di Nietzsche davanti a un cavallo frustato per le strade di Torino, Tarr immagina cosa sia accaduto a quell'animale dopo. Costruisce attorno a esso un film sulla fine quasi biologica di ogni possibilità di vita.
Un contadino e sua figlia vivono isolati in una fattoria desolata insieme al loro cavallo, ripetendo ogni giorno gli stessi gesti di sopravvivenza mentre il mondo intorno a loro si spegne lentamente, in quello che Tarr ha annunciato come il suo ultimo film.